Se è vero che la musica è la colonna sonora della storia – citazione del vostro soprano free lance preferito – è dunque anche vero, che il concerto teatrale, ovvero la forma di spettacolo che io, il vostro soprano free lance preferito, ho ideato – non è altro che un viaggio nel tempo tra musica e racconto. 

Un viaggio che narra, non solo una vicenda, ma la incastona nel paesaggio sonoro in cui si è svolta. 

Grazia grazie!! 

Preferisci ascoltare il podcast? Eccolo qui, letto da me:

Ebbene sì, trovatela voi una che scrive il testo, lo recita e canta lirica nello stesso spettacolo. Una rarità!!!

Alesandra Borin soprano

E secondo voi, ai capoccia gliene frega? Vale più un talk show di rimbambiti urlanti!

Eddai, Borin, che ti frega dei capoccia? Stai ancora cercando la gloria?

Nemo propheta in patria! Meglio pochi ma buoni. Ce l’hai la tua claque, no? 

E poi si sa che le stars sono per la massa! Qualità o quantità? 

Se è vero, dunque, che la musica è la colonna sonora della storia, mi piace pensare che noi, i musicisti, non siamo altro che esploratori del passato che cercano di riportare al pubblico con amore, passione e dovizia quello che era il sentire d’ un tempo che fu. Le quotidianità, la vita vera e vibrante che è, in vero, la storia colla “esse” maiuscola. Tanto è più fervida, tanto più affascina. E poi, insomma, la storia siamo noi! 

La storia sono i nostri nonni e i nonni dei nostri nonni, sono le piccole azioni, il fischiettare un motivetto per il bosco chissà dove chissà quando, l’amore che nasce da millenni tra cuori affini. Sì, questa è la storia.

E se si punta lo sguardo per sentire e non vedere, ogni luogo è storia, specialmente qui in Italia. 

Ah, l’Italia, la terra che ha fatto la storia del mondo per centinaia di anni fino a poco fa, finché non ci hanno venduti al nemico a tradimento e siamo caduti, miseramente, sotto i colpi della corruzione senza onore, tanto che lo spazio, nel girone dei traditori della patria, non basterà quando sarà quel dì.

rappresentazione Dante

Ma, torniamo alle avventure del vostro soprano free lance, che in questo caso si svolgono contemporaneamente ieri a Venezia e oggi, in ogni luogo che è teatro.  

Ah, Venezia è una città unica, a metà tra cielo e terra, sorge dal male, è luogo ricco di mille vicende, commerci e di primati, uno fra tutti la nascita de teatro a pagamento come noi lo intendiamo San Cassiano, 1637. 

Ma vi rendete conto che pure questo abbiamo inventato?  Ticket one pagaci la percentuale! Ci credo che tutto il mondo ci invidia!

Venezia Canaletto

Ah, Venezia, nelle sue calli, tra profumi di spezie e sete colorate, tra chiese, confraternite, istituzioni scolastiche religiose e laiche, accademie, casini, aristocratici passeggianti, nobili abbigliati con ogni foggia, turisti del gran tour, impresari senza scrupoli, artisti di grande livello, si inserisce la vicenda delle putte di Venezia, le figlie di choro, con il suo alone di mistero e tragedia che affascina ancora oggi chiunque ne venga a conoscenza. 

Borin, guarda che non possiamo stare qui in eterno, datti una mossa, arriva al punto. 

Insomma, che noia, ve la faccio breve: se eri orfana, brutta zoppa, racchia, zitella ma avevi talento non te la sciavano per strada a fare la prostituta, per quello c’erano i casini, ma, a Venezia, te mettevano a suonare o a cantare.

figlie di choro

Dove? dietro una grata, reclusa… insomma modello radio umana. Tanto per far fare bella figura ai dogi e all’amministrazione. 

Crepavi di depressione? E chissenefrega? Suona che te passa!

Dal resoconto del suo viaggio in Italia, il gran tour, Jean Jacques Rousseau, dopo aver visitato l’Ospedale dei Mendicanti e assistito ad un sublime concerto, ebbe modo di farsi presentare alcune delle eccellenti esecutrici nascoste dalla grata. La vicenda narra che delle donne lui conoscesse solo i nomi e le voci.

Vagheggiava i leggiadri visi e sguardi ammaliatori. Grandissima fu la sua delusione quando vide che a voci tanto soavi non corrispondeva altrettanta bellezza.

Fregato eh, caro mio! La bellezza dell’anima vale più di tutto e, quello, la musica mostra.

Ma torniamo all’11 ottobre 2014, debutto del concerto teatrale sulle figlie di coro e Rosalba Carriera, la pittrice: Arte, catene e libertà

Che titolone, direte, ma non n è forse vero che l’arte è catena e libertà assieme? 

La figura dell’artista bohemienne, sbandato, scapestrato, senza regole, che esprime di getto la sua “arte” è totalmente irreale.

Ovviamente dipende da cosa si intende quando si definisce un artista.  

La libera comunicazione di un sentire come fanno i tizi tutti timbrati della musica trap esula dall’educazione personale attraverso l’allenamento meticoloso del corpo come si fa per la danza o la musica e, quindi, credo sia diverso. 

L’arte dunque intesa come lavoro costante su di sé, arte intesa come un’educazione ferrea per piegare la natura alla volontà per governare il movimento delle dita, il fiato per un acuto, l’equilibrio per la piroetta perfetta. catena e come libertà. 

L’arte ti da libera espressione, ma solo dopo un grande e perenne allenamento, il resto è torbido mercato.

piedi ballerina

Ordunque, dicevo, che l’11 ottobre del 2014 presso Villa Repetta davanti ad un pubblico numeroso, ma ignaro di cosa lo aspettasse, ebbe inizio un grande viaggio nel sentire e nell’espressione del femminile.

ottobre campigliese Vicenza

E’ in quell’occasione che prese vita e parola uno dei personaggi a cui sono più affezionata, la putta (che vuol dì ragazza in dialetto veneto) senza nome.

Senza nome perché, abbiamo un nome senza volto? Esistiamo senza identità? 

Lì dietro le grate, senza la possibilità di mostrare le proprie fattezze si era comunità, annullate nell’insieme. 

L’attività musicale nei quattro gli ospedali veneziani, la vita di queste cantatrici e musiciste, le storie delle “figlie di coro” possono essere solo intuite: ma cosa accadeva oltre quella grata?

Tutta Europa lo poteva solo immaginare.

E così feci anch’io, riversando nel personaggio buona parte di me del mio sentire e così, la sera del concerto teatrale, tra maschere, abiti scuri, un tricorno e un mantello, il suono di un clavicembalo e i dipinti di Rosalba Carriera, in un gioco di meta-teatro, di luci e ombre, portai in scena me stessa e le mie paure di artista, con veemenza, prigioniera della mia stessa arte mi sovvennero tutti i sacrifici fatti per conquistare me stessa e la mia voce. 

Se il corpo di una donna è lo stesso oggi come 200 anni fa, la putta sena nome, lì dietro la grata, nella sua solitudine non avrà fatto gli stessi sforzi per raggiungere il canto perfetto? 

Recitai con talmente tanta anima che riuscivo a percepire il pubblico col fiato sospeso partecipare emotivamente alle mie pene in maniera così viscerale e oscura, così come 

Rispetto a quelle di Rosalba, che pur avendo lottato per emergere, almeno aveva un’identità da mostrare.  

maschere teatro

Lì, sul palco la realtà si mescola al sogno, chi siamo lo dimentichiamo, ci immergiamo in sentimenti lontani da noi e così mi ritrovai nel bel mezzo dello spettacolo improvvisamente dietro ad una grata io stessa con la mia fantasia, sospesa, in alto, nelle balaustre. Vedevo ogni cosa attraverso le sbarre fiorate di ferro, il libero orizzonte mi era precluso. Sebbene la scena fosse ampia mi sentivo soffocare. Mi abbandonai al personaggio e mi dimenticai di me, non sapevo più quale fosse il mio nome e quello della mia famiglia, chi fossi io, quali fossero i miei sogni. 

E vidi in un breve istante il mondo con i suoi occhi, ascoltai i suoni silenziosi di una Venezia settecentesca, i rintocchi lontani delle campane, la Marangona e il suo eco poderoso.  

La putta senza nome prese vita quella sera al posto mio, mi tolse il fiato e dialogò senza essere ascoltata con Rosalba. Entrambe si raccontarono al pubblico svelando il loro modo personale e intimo di sentire l’arte, l’amore, la vita. 

Che vortice di sensi, ancora ne resto impressionata.  

Quando finì lo spettacolo, ero sconvolta e tra i tanti applausi, nel mio cuore promisi alla ragazza senza nome che l’avrei fatta vivere, respirare e cantare ancora. 

E così avvenne, qualche anno dopo il 27 aprile 2018.

Quando lo proposi all’istituto d’arte come spettacolo per la classe di scenografia, secondo anno e me lo accettarono, la putta senza nome torno a vivere, ma questa volta la prospettiva era farla andare a teatro. Lei rinchiusa sempre nel suo ruolo di suono puro, senza corpo, senza volto, andava nel luogo degli sguardi: il teatro.

locandina arte, catene libertà

Quando varcai nuovamente le porte dell’Istituto Boscardin ero molto emozionata, avere di nuovo a che fare con i ragazzi, portarli in un viaggio fuori dai programmi scolastici mi faceva sentire il capo di un’esplorazione ai confini della realtà! 

E questa volta non si trattava del viaggio in Italia di Goethe tra paesaggi e luoghi ma si trattava di andare a conoscere luoghi dell’anima e una parte della nostra storia in cui l’arte era stata vissuta non come libera espressione del se, ma come mezzo di salvezza, come quell’unica cosa che ti tiene a galla se non vuoi sprofondare nell’oscurità.

E così per alcuni mesi incastrando perfettamente la mia vita come un puzzle da 10.000 pezzi trascorsi il tempo assieme ai professori titolari delle cattedre di disegno e scultura a raccontare, controllare verificare consigliare su tutto quello che riguardava lo spettacolo. Innanzitutto, venne ampliata l’idea di creare delle maschere che rappresentassero la spersonalizzazione delle ragazze degli ospedali soprattutto quello della Pietà…

E poi tutto quello che ricordava l’atelier di Rosalba Carriera, le copie dei suoi pastelli li vedevo nascere pennellata dopo pennellata giorno dopo giorno. 

Meravigliosa la realizzazione di una bellissima finestra dalle linee veneziana che avrebbe costituito la scenografia, così come avrebbe costituito la scenografia un piccolo ponte di rialto. 

Sempre nell’ottica dell’oggetto simbolico come elemento scenografico, venne realizzato interamente con la carta il vestito dalle fogge settecentesche per l’attrice che impersonava Rosalba Carriera. 

La sezione di gioielleria si mise anche questa volta a lavoro per i monili delle figlie di choro, tutto secondo il progetto della scenografia che venne prima realizzato tridimensionalmente.  

Il giorno precedente al concerto mi impegnai personalmente a lavorare con le mie mani issando delle cornici sospese sulle quinte, rappresentavano l’arte che attende di essere portata a compimento.

E poi davanti sul proscenio le gabbie per polli con gli strumenti musicali la prigione non erano altro che le anime delle ragazze, rinchiuse in un ruolo sociale da cui era impossibile sfuggire.  

Vedere uno spettacolo venire al mondo pezzo per pezzo, seguire i dietro le quinte ogni giorno come solitamente un soprano non fa è un’emozione unica. 

Il soprano ebbasta, una specie diversa dal soprano free lance, come me, arriva sul luogo del concerto, se veste bene, canta, prende i soldi, e via.

Ma io non io voglio di più infatti io, sono un soprano free lance, volete mettere?? 

Che gusto veder nascere uno spettacolo, come dice la scrittrice vicentina Maddalena Campiglia, i figli miei sono le opere mie.  E così i figli miei sono i miei spettacoli.

Colori e forme sotto le mani dei ragazzi presero vita, e anche quella volta la putta senza nome fece stare ogni astante col fiato sospeso negli istanti di suono e racconto in cui l’anima sua si apriva allo sdegno, alla gioia, al rimorso e alla speranza della libertà sempre sognata e mai vissuta. 

Potete immaginare il grande applauso d 400 ragazzi che segui il silenzio dopo l’ultima nota che signori uno degli attimi più belli che possa vivere un artista sul palco! 

Eh, sì, il silenzio dopo l’ultima nota un luogo eterno, un limbo sospeso che racchiude ogni tempo e ogni spazio in cui tutto è compiuto. Il silenzio dopo l’ultima nota è quell’istante in bilico tra ciò che è stato creato e ciò che creerai, ancora, domani.

Il silenzio dopo l’ultima nota è l’ultimo respiro del personaggio, un respiro, però, che è vita e non morte, è un momento di commiato, momento di raccolta, ove si mietono i frutti prelibati e intimi che l’arte sola riserva ai suoi figli più devoti. 

Il silenzio dopo l’ultima nota è un momento talmente meraviglioso per il quale vale la pena vivere una difficile vita d’artista,  in questo caso mia, il vostro soprano free lance preferito!!! 

La putta senza nome prese vita ancora l’anno dopo, nel 2019, nella bellissima villa Valmarana Morosini, di nuovo emozionando i cuori, assieme a Rosalba Carriera, mostrando l’ambivalenza del sentire, la ricchezza della nostra storia, il potere dei suoni e dei colori che ornano il nostro mondo. 

Invero, gentili signori, la mia avventura con la putta senta nome, finisce qui, e se v’ho fatto trascorrere del buon tempo e v’è piaciuta, ne sono contenta. 

Ora che conoscete questa pagina di storia della nostra bella Italia, ogni tanto tra un caffè e una risata, all’ennesima pubblicità con la musica del Vivaldi e all’ennesimo ascolto delle quattro stagioni dedicate un pensiero a queste donne.

Dedicate un pensiero a Maria del violino, Pelegrina dall’Oboe, Prudenza dal Contralto, Candida dalla Viola, e Lucietta Organista… e a tutte le altre donne che per due secoli, hanno accettato di vivere senza volto e hanno reso umilmente servizio all’arte e alla bellezza, raggiungendo punte di eccellenza e rinunciando alla libertà.

Ps Rosalba Carriera era maestra nei pastelli, chissà perché ho detto acquerelli…

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