Nella vita di un soprano freelance come me, ci sono delle occasioni in cui squilla il telefono e arrivano proposte per degli eventi di un certo spessore perché l’arte può far ridere ma deve anche far riflettere. Meglio se fa riflettere ridendo dico io. È davvero interessante per un artista potersi cimentare in argomenti seri anche se a volte sembra che la musica impallidisca di fronte a certi drammi, a certe violenze soprattutto quelle di genere!

Preferisci ascoltare il podcast? Eccolo qui, letto da me:

È anche vero però che l’arte lavorando sul livello emotivo può far riflettere molto più di semplici dati riportati su di un giornale che spesso vengono dimenticati o restano scritti su quel foglio che qualche settimana dopo viene usato per pulire i vetri.

Mentre stavo passeggiando per la città come una persona normale con in testa questi pensieri e il tema del Bolero di Ravel, nel tentativo di trovare una soluzione originale e interessante e… rimpiangendo di non essere un tenore che vive con le su quattro arie famose fatte una volta, sei a posto!

Allora, partiamo dalle parole chiave: musica, donna, libertà! Ah, che belle parole e sono tutte femminili.

alessandra borin giulia di caro

C: Permesso… Eh, niente ti stavo ascoltando, hai proprio ragione sì! Eh, sì che belle parole e bello il fatto che possano stare assieme! Ah, che passi avanti, io potevo solo sognarli, siete fortunate ora nel duemila! Passando di qui attrici poi ho visto le attrici e le rock star, Lady Gaga e Madonna, e tutte quelle altre che sgambettano in costume da bagno! Eh, si, quelle si che dovrebbero ringraziarci. Ai miei tempi altro che libertà di essere sé stesse, quelle sarebbero state subito bandite ed espulse dalla città. Te lo dico era valutata non la capacità ma l’onore, cara mia, come se la qualità di un’artista fosse la sua condotta sessuale.

A: Guarda cara non so chi tu sia, ma sappi che la gente sparla e giudica aspramente ancora nel duemila se una donna non si comporta nei canoni di moglie e di madre che ti credi, fortunate si, ma ce n’è strada da fare! Ma insomma chi sei?? Che sei venuta a fare?

C: Ma come chi sono? Sono Giulia, Giulia di Caro.

A: Giulia di Caro??

C: Ma che cavolo hai studiato a fare in Conservatorio se manco ti ricordi chi sono?

A: Giulia di Caro? Ah, la Ciulla!! Ma dai? La Ciulla, che vita avventurosa!!

io, la ciulla e le altre 01

La Ciulla era figlia di un cuoco e di una lavandaia

A 14 anni sposò l’aiutante di un dentista che lavorava nell’affollato piazzale esterno al Maschio Angioino nel cuore di Napoli. Con la sua bella voce attirava i clienti nella baracca del dentista cantando in italiano in napoletano.

Venne così ammirata che iniziò a prendere lezione di canto e poco dopo debuttò nel teatro pubblico di Napoli dove per quattro anni cantò ruoli che richiedevano una vera competenza tecnica. La sua voce raffinata e il suo bell’aspetto non furono sufficienti e fu costretta alla continua ricerca di un garante maschile per la sua carriera. Ovviamente venne tacciata di essere una ragazza facile e una volta venne persino espulsa da Napoli.

Altro che Mee Too, manco potevi ribellarti!

Ma lei proseguì imperterrita con la sua carriera e nel 1675 fece una tournée in importanti città italiane accompagnata da un lungo codazzo che comprendeva anche un castrato, suo collega di canto, un bravo per difenderla dai fans più agguerriti. Contesa da tutti divenne presto vedova, voci non dimostrate davano il marito per morto ammazzato in una rissa per gelosia. Ma la Ciulla non si arrese e anche se vedova, continuò a cantare questa volta nel teatro del Vicerè.

A causa di pettegolezzi e di invidie per la sua vita libera venne derisa con la pubblica diffusione in città di un pamphlet stampato con l’elenco dei suoi amanti. Per la morale pubblica così fu confinata in un convento che ospitava donne perdute.

Finisce qui? Eh, no!!

Venne tirata fuori diciotto giorni dopo da un giovane di ricca famiglia che la sposò. Sembra che la Giulia, Ciulla, infatti, avesse fatto voto alla Madonna di offrirle tutti i suoi gioielli qualora fosse riuscita a risposarsi. E così fu e visse nella calma tranquillità di periferia con il suo Carluccio e a 38 anni diede alla luce la sua unica figlia.

C: Eh già, ti ricordi tutto! E non sai che fatica cercare di mantenere un poco di indipendenza in un mondo in cui eri considerata solo un oggetto di bell’aspetto, quelli erano in anni in cui non si scherzava, bastava mezzo comportamento fuori posto ed eri bandita.   

A: Ma Giulia, Ciulla, che ci sei venuta a fare nei miei pensieri?

C: Mah, passavo e ho scelto te per far e il gioco del tempo. Invece di stare sempre a guardare il futuro voi moderni, provate ad immergervi nel passato, per comprendere meglio le radici. Se fossi nata nel Seicento o nel Settecento, che vita avresti avuto, che avresti fatto per inseguire il tuo sogno del canto?

A: Beh, avrei studiato, prima di tutto.

C: Illusa!! se non fossi nata in una famiglia di musicisti erano cavoli tuoi. E se magari avevi una bella voce e tuo padre faceva che ne so il fabbro? Le donne non potevano prendere lezione di canto da uomini che non fossero i parenti. Anche perché ci dovevi vivere col maestro se volevi imparare. I maschi venivano adottati dai maestri ma le femmine? Verboten!

Pietro Longhi Educate a non istruirsi quadro
Pietro Longhi, Educate a non istruirsi

A: Ma come e il Conservatorio?

C: Ma come? Il Conservatorio dici? Nei conservatori le classi maschili e quelle femminili erano separate, e se fossi nata al Sud neanche ti avrebbero fatto metter piede in Conservatorio. Poi avendo una bella voce, correvi il rischio di essere mandata in convento, per convenienza eh, mica per farti studiare. Infatti, se sapevi cantare bene la dote da portare al convento ti veniva abbonata e tu ti toglievi dai piedi. Una bocca in meno da sfamare per la tua famiglia! Altro che libertà, era difficile raffinarsi musicalmente perché non si potevano prendere lezioni da uomini, unici detentori del sapere. Col cavolo! Io ho imparato a rubare qua e la osservandoli… come dite voi?? Ah, fare spionaggio industriale! Le melodie nelle opere all’inizio erano facili. Era un’epoca retrograda e maschilista, alle cantanti era richiesto esclusivamente l’aspetto estetico, non come adesso. Ma poi, ce l’abbiamo fatta, noi artiste. I compositori hanno iniziato a capire il valore e le potenzialità della voce femminile e a scrivere roba tosta. Non bastava più essere belle, ma bisognava essere brave. Cara mia, ben trecento anni di fatiche, ma facciamo che hai studiato nel duemila. Ora dove vai a cantare?

A: Beh, in teatro no?

C: Eh, ma non ti ricordi un tubo di storia della musica! Si, Potevi cantare nei teatri, ma quelli di corte, e solo di una corte, che sennò eri considerata una poco di buono. Quindi scordati i viaggi. Apparire nella scena pubblica come cantante era considerata prostituzione. Ma non a Venezia, lì potevi esibirti ma solo in abiti maschili, che oggi voi dell’epoca dell’unisex direste e chiseenefrega, i calzoni mica sono scomodi rispetto a quelle gonne lunghe e sottogonne e sotto delle sottogonne, ma immaginati una volta in un periodo ove l’abito faceva il monaco. Era estremamente disonorevole, una vera umiliazione della femminilità. A Roma?? Poi il Papa vietò alle donne di salire in palcoscenico, le parti femminili erano fatte dagli uomini, una pratica comune nel Seicento e in tutta Europa dal teatro di Shakespeare in poi, ma anche nel resto del mondo non andava meglio. Anche nel Kabuki giapponese o nel teatro Kathakali Sud dell’India. Quindi, verboten! Ti dirò cara, ho sempre pensato fosse invidia, ma che problema c’è se una donna recita e canta? Sempre a limitarci nelle nostre libere espressioni, quando quello che non si controlla è proprio l’uomo. Una follia e per secoli piuttosto che farci cantare castravano i bambini.

A: Dai non fare spoiler che la storia dei castrati è tra qualche puntata.

C: Ma quale spoiler? Tanto tutti conoscono Farinelli, ci hanno fatto pure un film… e comunque, bella, come ci vai in teatro?

A: Stando alla pratica, a piedi!

P.D. Uliviero The royal theatre in Turin, dipinto
Pietro Domenico Uliviero, The Royal Theater in Turin

C: Stando ad un regolamento del 1734 a Napoli le cantanti erano considerate alla stregua delle prostitute dovevano alloggiare nelle periferie per convenienza. Erano esonerate solo per la durata del contratto operistico. E comunque mica potevi andare in giro da sola, dovevi farti accompagnare da tuo padre.

A: Vive lontano.

C: Da tuo fratello.

A: Vive lontano.

C: Da tu marito. Ah, non hai marito? Eh no, vedo che certe cose non sono migliorate. Comunque, se non avevi marito eri considerata frivola e comunque secondo te tuo marito ti fa cantare in quest’epoca? Mai successo! E se lo faceva si pigliava i soldi! Ricordati le giuste leggi per la salvaguardia della salute pubblica! Il carattere particolarmente indipendente della vita del cantante minaccia la famiglia e la sua moralità, su queste basi un marito ha pieno diritto di rompere il contratto da lui precedentemente approvato.

A: Non ti dico che vado in chiesa a cantare perché lo so è proibito, lo so che il Beppino nazionale (Giuseppe Verdi, Busseto,1813 – Milano, 1901) fu il primo che si impuntò quella volta per il Requiem (1874) in onore del Manzoni, per far cantare la Teresa Stoltz scomodò pure il Papa, rompendo una tradizione che andava avanti dall’impero di Bisanzio. Quindi niente teatro e niente chiesa, non so! Faccio le prove le faccio a casa mia.

C: 1740 Cito “Le cantanti per quanto capaci, non sono mai descritte per oneste, portando con se la professione di canterina la dura necessità di trattar con molti, e maestri, e sonatori, e poeti e amanti del canto e chiunque vede questo traffico in casa di una donna, con facilità s’induce e adire che sia disonesta o che vi sia o che non vi sia effettivamente il male”.

A: Le faccio di nascosto, devo vivere sennò come mangio?

C: Cara non puoi farlo di nascosto i vicini non ti avrebbero aiutata.

A: Oh, ma insomma basta cambio epoca! E chi è adesso?

F : Ma come chi è? sono Faustina Bordoni.

Faustina Bordoni Hasse, dipinto
Faustina Bordoni Hasse

C: Ah si di lei mi ricordo, una grandissima virtuosa del canto qui nella mia mente, era la moglie di Adolf Hasse.

F: Eccola là, tanta fatica di studio per essere ricordata come la moglie di! Eh, cara, che fatica anche per noi grandi virtuose…se volevi campare senza rimetterci la pelle, cioè senza essere sfigurata da fan gelosi nel camerino del teatro, o pugnalata per amori non ricambiati all’uscita dal teatro o derubata dei tuoi guadagni da mariti prepotenti. Insomma, dovevi tutelarti. Io ho fatto un matrimonio diciamo con interessi comuni e mi sono sistemata! Venivo da una povera famiglia, non ho mai fatto scandali e sono sempre stata trattata da gran signora e ho avuto il mio successo che ancor oggi tu ricordi.

A: Insomma Faustina, successo tanto per dire…  hai ottenuto la fama si studiando, ma anche perché hai fatto quello che la società si aspettava da te come virtuosa del canto, insomma, sei stata nei canoni, diciamocelo una libertà apparente!!

Faustina. Faustina?  Si deve essere offesa. Ciulla, Ciulla??? Ah, se ne è andata pure con lei.

Mio Dio che fatica, questa discussione durata un baleno, mi ha stremata.

Caspita l’avevo dimenticato! Abbiamo anche noi cantanti le nostre eroine, le nostre combattenti. Mi sento fortunata. Essere donna, artista, potermi esprimere ed essere indipendente economicamente. Questo volevo e questo ho ottenuto. Ma davvero l’ho ottenuto da sola? Più spesso forse dovremmo tener conto della storia. Sarebbe un pò presuntuoso non riflettere sul fatto che il nostro punto di partenza è il punto d’arrivo di chi ci ha preceduti.

Francesca Cuzzoni
Francesca Cuzzoni

Le artiste da sempre hanno dovuto lottare per affermare la propria indipendenza dalla tutela maschile, un percorso lungo che non finisce e che viene da lontano e penso alle artiste di oggi dì, a Lady Gaga Germanotta e alla Ciccone in arte Madonna e dico, ragazze, il mondo dello spettacolo di allora era un vero campo di battaglia! Altro che, ma vi siete mai soffermate a ringraziare le vostre, le nostre antenate italiane, a dedicare che so, un pensiero a Francesca Caccini, Barbara Strozzi, Antonia Bembo, Francesca Cuzzoni, Vittoria Tesi, Caterina Gabrielli, Anastasia Robinson, Rosa Ungarelli…e alla tostissima Ciulla?

Proseguendo la mia passeggiata torna a suonare il bolero di Ravel, pensavo di essermene liberata. Forse ha un significato: un tema ripetuto all’infinito da voci diverse, che piano si uniscono le une alle altre giungendo al claster finale, per un nuovo inizio tutti assieme!

Torno a casa con un sacco di personaggi della storia in testa e felice di essere nata nell’epoca in cui sono, grata di avere la possibilità di esprimermi quando ancora tante donne non possono farlo; in attesa dell’ispirazione per il mio spettacolo, dedico un pensiero a tutti quelli che vorrebbero essere più liberi, sperando che abbiano la forza e coraggio di sconfiggere le paure e di seguire i propri sogni. 

Vittoria Tesi
Vittoria Tesi

J. Rosselli, Il Cantante d’opera, Bologna, Il Mulino 1993

One thought on “4. Io, la Ciulla e le altre”

  1. Ebbene sì ! Ci sono i cantanti e le cantanti, i primi più preponderanti, mentre le seconde padroneggiano sfoggiando costumi (leggi bikini … etc. etc..) ed arrivano a primeggiare più che per la loro voce ma grazie a testi indovinati, a costumi striminziti, a balletti esorcizzanti, ad interviste costruite ed altre a scandali da testate giornalistiche solo per far “audience” ! Oggi, poi, con la parità di genere non si fa più caso se si è castrati o meno o se la voce la si dà ad un prezzo od altro … capito mi hai ? Mi viene in testa (oltre che sì il monotono Ravel, ho un CD nella mia raccolta con il suo “bolero”) …la vispa Teresa del Trilussa che esclamava (al giovane Armando che la stringeva a sé) : vivendo volando (ed aggiungerei cantando) che male ti fò ! Per la stentata vita canora della Ciulla che “non si arrese e anche se vedova”, mi viene in mente Madame de Sévigné che, rimasta vedova a venticinque anni, definì come “abbastanza felice” la sua vita da giovane vedova e non volle risposarsi ed essere padrona di se stessa ! E l’epoca è simile, siamo nel 1651. L’emancipazione femminile stenta ancora ad affermarsi e la tragedia dei femminicidi ne è la prova. Meglio cantare e riprovare tra le mura della propria casa che stare ad elemosinare un lavoro che spetta ad ognuno di noi così come sancisce la Costituzione e che solo la bravura e l’essere “Artista” proprio con la A maiuscola è la chiave del successo. Questo mio commento forse travalica quello che volevo esprimere, ma una cosa è certa: anche questo episodio compendia il Tuo carattere ed eleva ancora una volta la Tua preparazione; anche questa è insita nella “Vita da Soprano”. Aspetto di conoscere di più… sei entusiasticamente gradita nel trascorrere del mio tempo. Brava, anzi no, che dico, bravissima !

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