Per affrontare la vita di un soprano free lance senza raccomandazioni né aiutini e, quindi, per affrontare la mia vita di soprano free lance ci vogliono i seguenti ingredienti: molto studio, carrellate di costanza, vagonate di forza di volontà, un po’ di culo e un pizzico di follia.

Preferisci ascoltare il podcast? Eccolo qui, letto da me:

Eh, se non sei un po’ folle, dimmi, come ti può venire in mente di scegliere questa “nobil professione”, sapendo che ti pagano poco se non sei moto generosa? Come ti può venire addirittura in mene di proseguire il sentiero dell’arte, in questo periodo assurdo in cui gente completamente pazza ha deciso di non farti manco più lavorare. 

“I teatri sono luoghi pericolosi, perché svegliano il cervello della gente e insegnano a sentire”.

L’ostinazione con cui ancora molti di noi fanno arte a dispetto di ogni condizione avversa e ogni porta sbattuta in faccia, ebbene questa si chiama “passione” e, detta in termini più popolari: amore. 

Oggi giorno, ovunque ti giri, le scelte illogiche sono all’ordine del giorno, la follia ridanciana e con i sonagli alberga sovrana, l’impero suo è la mente degli umani. 

Della follia si dovrebbero occupare i medici (annamo bene, ‘na sicurezza), gli psicologi, gli psichiatri…

Ma, essendo, la follia vera intendo, inclusa nella sfera delle manifestazioni umane non poteva occuparsene anche la musica e, di conseguenza, il vostro soprano freelance preferito.

Potrei parlarvi per ore di questo argomento di come s’intreccino dalla mitologia ai tarocchi i concetti di follia e libertà.

Potrei parlarvi di come confluiscano assieme follia e danza, passando dalla focosa Spagna fino ad arrivare alla taranta o ai balli di Fedele (che non è un nome o una qualità era un tipo di danza). 

Potrei parlarvi delle navi dei folli, degli esili rituali (ci intendiamo, no?) e di come ogni società, per non turbare l’ordine cittadino, rende il folle prigioniero della sua stessa partenza.

nave dei folli

Potrei, ci ho fatto una tesi al Conservatorio per cui… 

Ma oggi non c’ho tempo, la regia deve andare in vacanza e mi devo sbrigare.

Quindi vi parlerò solo di un aspetto della follia: la follia d’amore.

E adesso non fate gli stupiti, che non ve lo ricordate A scuola quell’ Orlando Furioso che perse il senno per amore??  O quel romanzo Don Chisciotte di Michele de Cervantes? Ma che vi pensate? Che un tema così ricco di potenzialità glielo lasciavamo solo ai letterati?? Macchè! 

La musica ne ha presa a man bassa, di questa roba. 

La prima cosa che viene in mente ad un lirico, ad un melomane anche a un medio appassionato è quel noiosissimo vocalizzo trito e ritrito della Lucia di Lammermoor del nostro Gaetanino Donizetti, che manco ha scritto lui e che a farlo ci vuole solo la voce a posto, e un flauto intonato. 

Ma che palle, ve pare che io vada ad impegolarmi in una robe che fanno tutti? 

Che poi ti paragonano con la Callas o la Damrau o la Netrebko, ma mica sono scema! 

Io mi sono cercata una pazza tutta mia, una pazza originale, ovvero: La pazza di Napoli. 

“Chi non mi conosce dirà che la mia sia vera pazzia che lieta mi fa, 

ma tutto il dolore, effetto d’amore che al core mi sta.” 

Come quando davanti ad una vetrina di balocchi un bambino s’innamora di un giocattolo, io, ascoltando questo pezzo per la prima volta ricordo ancora che esclamai: “ Wooooow, mio”! 

E così chiedendo, cercando, andando, vedendo riuscì ad ottenere il pezzo, trascritto con notazione moderna. 

Ma non mi bastava, sono una barocca, si lavora sui manoscritti, sulla filologia e, quindi, non mi arresi.

E così domandando, ricercando, rompendo e bussando mi arrivò finalmente tutto il malloppone di fogli de: “Il pazzo, la pazza e l’hospitale degli infermi d’amore” di Pietro Antonio Giramo, la data di composizione 1630! 

Ah, che gusto finalmente c’avevo le note e potevo studiarla. 

Confesso che la cosa più difficile fu comprendere quella parte di testo che dice (e i napoletani mi perdonino l’accento) 

 …“se ca se squagghia  st’anima cumm’anzunza 

e me sento abbriucià li ficatilli,

stu core si sminuzza com’antrunza”.

Ma che è sta roba? Oh, io sono una veneta, nata a Roma, con madre siciliana… Aiutooo! 

“Anzunza, antrunza”?? Ma come faccio a cantare una cosa, se non capisco le parole? 

Scrissi persino ad un centro ricerche linguistico-dialettali di Napoli per ricevere risposta al quesito, risposta che non ebbi. 

Finchè, pensa che ti ripensa trovai la soluzione e mi risolsi di agire all’italiana chiedendo ad un’amica, che chiese ad un’amica, che chiese ad un’amica, che chiese a sua nonna. 

Ah, le nonne.

Era il 2004 e dopo 17 anni non ho cambiato idea.

Cari miei, vi assicuro questo brano, è una figata, è pieno di energia, è rockkk!!

È un monologo in cui il personaggio attraversa tutte le fasi del delirio d’amore, le varie sezioni descrivono la confusione di una giovane donna innamorata che non essendo corrisposta diviene folle per il troppo dolore. 

Ed è così che il vostro soprano free lance preferito si trovava a ridere, a piangere, a parlare nel dialetto napoletano, vaneggiare, ricordare l’amato, maledirlo con violenza e poi pentirsene subito dopo come fanno tutte le eroine abbandonate.

A che serve gorgheggiare imperviamente con Lucia quando puoi avere la tua pazza??? 

Questo personaggio mi ha dato la possibilità di esprimere moltissimo avendo in sè quella varietà è quella possibilità che nel canto ti fanno esprimere i vari stati d’animo con timbri e toni sempre differenti. 

Ed ecco che davanti a me c’era il cavaliere smargiasso che mi tradiva e, poi, di corsa eccomi andare dai medici per chiedere un’erba che potesse acquietare i dolori del cuore. 

E poi eccola a ballare con i suoi pensieri che girano come una simpatica carola, nella mente intorno, intorno.

Eccola chiedere ai suoi pensieri di inchinarsi, gentilmente, davanti al volto del suo amore e poi correre ad inseguire il pensiero più salterino che scappa dagli occhi perché la porta del cuore non è ben chiusa. 

Ballate, o miei pensieri, ch’io sonerò,

Fate vi prego, il ballo del fedele, 

che tal qual sempre fui

Tal esser vo’,

No, no! Fate più presto il ballo di follia, che così folle è ancor la mente mia. 

Prendetela per mano, horsù, inchinatevi prima all’idol mio.

Fa, la, la, la, la, la, la.

Girate colla mente intorno, fa, la, la, la, la, la, la.

Quel pensier salta troppo! 

Non saltar, o pensiero, Non vedi il tuo gran male,

Ch’a cader va, chi tropo in alto sale?

Fa, la, la, la, la, la, la.

Per ore e ore ho cercato di unire ritmo musicale e naturalezza d’espressione per sembrare davvero pazza, e devo ringraziare di questo la mia fida clavicembalista Alessandra, amica e collega con cui ho condiviso decine di concerti e che, con bravura e rara maestria armonica, sempre cade con l’accordo giuso al momento giusto! 

Oh, non so come fa, a volte manco io so quello che faccio, ma lei, credetemi, lo sa!!! 

La pazza di Napoli mi ha accompagnato in tantissimi spettacoli che sempre hanno lasciato il pubblico attonito e trasognato, trasportato per direttissima nel centro della tempesta delle passioni umane che pulsano nel cuore di una donna innamorata.

Dopo questi anni di fedele simbiosi sul palco non le ho mai dato un nome. 

Non ci ho mai pensato, forse perché un nome non serve. 

La pazza siamo tutte noi quando siamo travolte da mille sensazioni, quando il nostro cuore naviga tra la mille sfumature del sentire e dell’amare… la pazza è un archetipo, la pazza è quella possibilità di libertà che troppe volte tendiamo a comprimere. 

Sin dai primi concerti da studente le ho dato forma con gesti ed espressioni, cantandola in ogni occasione, persino per un programma tv che fa esibire gli artisti sui balconi con le viste più belle del mondo. Sempre in anticipo la Borin, eh? Ero già a cantare sui balconi anni fa!

Lei, la pazza di Napoli è sempre stata lì, pronta a uscire dalle pagine pentagrammate per respirare con me, in me. 

A volte mi domando se non sia davvero esistita, da qualche parte, nelle pieghe del tempo. Io la sento viva

E lei, la donna senza nome, ogni volta che si materializzava dalla mia voce, urlava, rideva, piangeva, parlava in libertà con i passanti e con i suoi pensieri, maledendo l’amore che aveva tradita nel suo sentimento puro. 

Quante volte l’ho usata per maledire l’amore che mi aveva tradita, quante volte l’ho usata per dar sfogo ad universi di me che mai avrei avuto il coraggio di esprimere, se non sul palcoscenico.  

Lei è sempre stata lì, accanto a me. 

Quando l’ho fatta apparire in vestito da sera, quando la mostrai al pubblico povera e scalza. 

Sulle tavole dei palchi di teatro e delle sale da concerto. 

Com’è vero che i personaggi sono come gli abiti, una volta saliti sulla scena li indossi e tu non sei più tu, ma diventi un tutt’uno con la musica in quella dimensione dell’arte tra il vero e il falso, in bilico tra sogno e realtà che forse, sì, è sì un po’ follia.

Alla prossima.

PS. Ecco il testo visionario e folle che tanto amo, evviva le donne che amano con passione e sincero amore. 

♫La Pazza di Napoli – Pietro Antonio Giramo, 1630

Chi non mi conosce

Dirà che la mia Sia vera pazzia Che lieta mi fa. 

Ma tutto è furore, Effetto d’amore Ch’al core mi sta.

Hor sia come dite, sentite una pazza, sentite! Vorrei verseggiare: “O cielo, o terra, o mare!”

No, no vorrei cantare: “La sol fa mi fa re.” Ma ferma, che’l canto ritorna in pianto.

Non te’ I diss’io? Sospira il cor mio.

Chi non mi conosce…

Tal volta amor fiero

Mi lega la lingua, E muta mi fa.

Già sento mancare La voce e parlare Non posso più no. 

Ma poi con furore Vorrei gridare Burlare, saltare. Mostrare la gioia Ch’al core mi sta. 

Tal volta mi burlo di chi m’ha ferito, e cosi gli dic’io:

“Signor Cavalliere, con piume alle spalle, voi fate il smargiasso, co’strali e carcasso

ma gli occhi hai bendati, co’i panni stracciati! Ah ah ah Signor Cavalliere” 

Chi non mi conosce…

Amor, sempr’ho da stridere? Il cor sarà quai fu?

No, no ch’io voglio ridere, Fa poi quel che vuoi tu.

Voglio cantare a la Napoletana, E n’autro poco a la Calavresella, no!

“Forze facesse la fortuna cana Fare pietosa chella faccia bella, Non siente, no.

Sì, ca se squagghia st’anima com’anzunza, E mi sento abbrucià li ficatilli,

Stu cori si sminuzza comm’a trunza, Amuri sùl’e’ causa sé stu mali”

Misera e che vaneggio? Come snodo la lingua in rozzi accenti!

Per questo pazza mi chiaman le genti.

Come gira il pienser fra mille ruote, com’ apro, ahimé, la bocca in basse note. 

Chi non mi conosce…

O dotti medici, fate un collegio di me chi sa? 

Se virtù trovasi D’erba che movasi di me a pietà?

La mente smania, La lingua svaria, gl’occhi non dormono, i membri ho languidi,

E gran dolore io sento al core.

Zi’, Zi’ ‘dasi la voce.

O là, chi passa? Amore!

Ah, traditore, prendetelo, ligatelo! 

Ponetelo in prigione entr’il mio core!

Ah, se’n fuggi! Le finestre del cor non ben serrai. 

Dagl’occhi s’en volò.

Sia maledetto Amore! Maledette qu’ell ore ch’io vidi il mio desio. 

Maledetto il cor mio ch’ ama e lo disprezza1 Maledetta l’asprezza d’huomo cosi crudele! 

E tu, lingua infedele, E tu, lingua arrogante,

Com’hai cotanto ardire, il mio ben maledire? 

Vorrei tagliarti a pezzi, Già ch’el mio ben disprezzi.

Chi non mi conosce…

Ballate, o miei pensieri, Ch’io sonerò,

Fate vi prego, il ballo del fedele, Che tal qual sempre fui

Tal esser vo’,

No, no! Fate più presto il ballo di follia, che così folle è ancor la mente mia. 

Prendetela per mano, horsù, inchinatevi prima all’idol mio.

Fa, la, la, la, la, la, la.

Girate colla mente intorno, fa, la, la, la, la, la, la.

Quel pensier salta troppo! 

Non saltar, o pensiero, Non vedi il tuo gran male,

Ch’a cader va, chi tropo in alto sale?

Fa, la, la, la, la, la, la.

Non posso più sonare.

La corda della speme è troppo falsa.

E quella del desio, vuolsi accordarla,

E si è rotta, per troppo tirarla.

One thought on “43. La pazza di Napoli”

  1. Vorrei sentirti cantare e recitare insieme la parte della pazza per amore . Cantante ed attrice …alchimia perfetta per un eccellente soprano come te!

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