lavoro-duro-aria-fritta-alessandra-borin spartiti e violino

Nella vita, un soprano che si rispetti, deve saper fare due cose: studiare e imparare a giustificare con gentilezza la natura del proprio lavoro.

Preferisci ascoltare il podcast? Eccolo qui, letto da me:

Studiare

È necessario fondamento per essere sempre padroni della complessa arte dei suoni.

Giustificare la natura del proprio lavoro con gentilezza

È necessario per imparare a contenere l’irresistibile voglia di pugilato che taluni ispirano.

Anche oggi, infatti, discutendo con una persona appena conosciuta alla sua richiesta di che lavoro io facessi, ho ricevuto l’ennesimo:

Ah, ah, ah, ah! Ma davvero sei una Soprana come quelle che fanno “Uhhhuhhuhh

imitando così una specie sconosciuta di tacchino spennacchiato.

Ah, ah, ah …che pacchia e ci guadagni con l’aria fritta?”.

Dopo un mio sguardo gelido che subito ho tramutato in compassionevole, ho iniziato con tono suadente e con pazienza, come si fa con i bambini, a spiegare la differenza tra un artista lirico e il tacchino che aveva appena evocato con un’ironia discutibile.

Lo so che avrei dovuto lasciar correre, ma spero sempre così di salvarli dal baratro di oscurità in cui i loro cervelli versano tristemente ed anche, perché no, di guadagnarmi un posto in Paradiso. Ovviamente tra le schiere del coro angelico.

Appena arrivata a casa, fissandomi nello specchio che ho giusto all’ingresso, ho detto a me stessa

Alessandra, sai che cosa c’è? È inutile negarlo, queste persone non sono un’eccezione… la gente pensa veramente che guadagni con l’aria fritta, qui il fatto è serio!”.

E basta con quest’anda da artisti incompresi, qui mancano veramente le basi di comunicazione con la realtà contemporanea. Per la gente noi siamo privilegiati in vestito da sera che usano un linguaggio che non capiscono più, una musica dei tempi dei dinosauri. Siamo dei residuati di una società scomparsa e vecchia!

Bisogna fare qualcosa altrimenti questo lavoro verrà sempre considerato per quello che non è, cioè facile e superfluo.  

Ma come si fa, dico io, a non comprendere che i teatri sono dei musei d’aria in cui gli artisti divengono tele viventi, supporti cangianti in carne ed ossa che rendono con il solo loro corpo tangibili i colori dell’armonia e del sentire universale! Ma come si fa a non comprendere il valore di quei suoni magnifici creati da geni senza tempo perché senza tempo è il sentire dell’uomo!

Questa massa di spartiti, di note giunte dal passato è un patrimonio senza prezzo, la colonna sonora della storia alla cui salvaguardia un’artista dedica tutta la vita… e, spesso, manco ti basta!  

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Ars longa vita brevis, dicevano i latini!

La gente cade dalle nuvole quando ti sente dire che passi ore a studiare prima di un’esibizione. Il mondo Pop, con le sue Stars usa e getta, non aiuta e purtroppo nell’immaginario comune sei solo uno che si diverte e perde tempo, senza lavorare.

E se studi, allora vuol dire non sei capace.

Sfatiamo una convinzione, il cantare professionalmente non può essere affrontato senza una paziente, minuziosa e costante preparazione.

Certo, ogni lavoro ha in sé gioie e dolori, non sono solo gli artisti che ce la mettono tutta, per carità, ma il fatto è che noi non possiamo mai permetterci di dirlo.

Eh si, perché se i profani potessero solo immaginare quanto sia complesso il viaggio iniziatico di un giovane apprendista che giunto timoroso alla bottega del maestro, cerca di carpirne nel silenzio reverente i segreti…; se le persone comuni conoscessero la fatica e il tempo che si impiega nel governare uno strumento, scoprire i segreti di una corda, le possibilità del fiato, il fraseggio, l’attenzione che serve nel preparare un programma da concerto, nello stabilirne tutte le sfumature espressive, nel calcolare la tenuta muscolare.  Noi cantanti, come ver alchimisti dei sentimenti, stiamo ore su ore a mescolare le differenzie di colore e di timbro tra un brano e l’altro, cercando al tempo stesso di rispettare l’autore, mettere la nostra espressione, dare vita ad un personaggio e prevedere gli effetti che le nostre scelte avranno sul pubblico… rimanendo poi pronti a modificare sul momento il tutto, se interviene un imprevisto.

The show must go on!

Perbacco! Se sapessero tutto questo, allora non si godrebbero lo spettacolo, ma starebbero li come fa tua zia che c’è stata alle prove, a tremare con l’ansia a fior di nervi per ogni passaggio difficile e che negli ultimi mesi abbiamo ripetuto 10, 100 volte.

Se fosse così, allora non li faremmo più “tanto divertire” … per citare una ormai triste frase detta a reti unificate.

Il pubblico non deve sapere cosa c’è dietro le quinte, deve sembrare tutto facile, tutto spontaneo, quasi un gioco.

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Il pubblico ha il suo ruolo, noi il nostro

Il pubblico entra, si siede, ascolta noi sul palco e allora si crea la magia. Tendenzialmente ogni tanto scarta rumorosamente una caramella, tossisce sul più bello, applaude e se ne va contento.

Anzi, nell’ordine e più precisamente: tossisce, scarta la caramella, ne piega minuziosamente la cartina, apre la borsa, applaude e se ne va contento.

E tu resti là a guardare la sala vuota, e ad ammirare stremato dalla gioia e dalla fatica la tua impresa, di cui resta solo l’eco nelle menti e nei cuori di chi c’era.

Gli artisti sono costruttori di sogni a tempo determinato, chiuso il sipario il museo, d’aria scompare.

Ah, se sapessero quante lacrime e sangue si versano per educare il corpo all’arte e per modificarne la struttura con un continuo allenamento muscolare.

Emettere certi suoni mica è spontaneo, come non lo è stare sulle punte per una ballerina!! Se conoscete chi cammina sugli alluci, ritratto questa affermazione!

Altro che dono di natura!

Se si venissero a sapere le alterne fortune e le sfortune … le fatiche, le umiliazioni, il coraggio che ci vuole nel provare, provare e riprovare anche quando non ti va, anche quando sei tanto stanco che ti viene la nausea ma continui, trascinato avanti da una follia inspiegabile con il tempo che corre veloce, i soldi che sono sempre pochi, i viaggi che sono infiniti… allora, solo allora forse non nascerebbero queste tristi incomprensioni sul valore del lavoro dell’artista! Se sapessero, secondo me saremmo tutti invitati ai tanti Talk Show mattinieri sulla vita in diretta: “Signorina, mi dica…, ma ha davvero studiato due mesi quel passaggio e poi finalmente le è venuto?”. Inquadratura americana, occhio lucido dell’intervistato, tensione a mille, silenzio in studio “Si, alla fine ce l’ho fatta”.  Applauso. Pubblicità.

E non vi venga da pensare che studiare due mesi un passaggio sia sinonimo di incapacità. Come accade per Madre Natura, ogni cosa ha il suo tempo.

Il mondo del tutto e subito puzza di finto e non profuma mai di Arte

L’artista vero è quello che si mette alla prova tutti i giorni, quello che cerca sempre di uscire dalla sua comfort zone per andare verso l’infinito e oltre. Devi allenarti. Vuoi allenarti. Allenarti è la tua dimensione di vita. Noi cantanti siamo atleti del suono e ti prende tutta la giornata, per questo è un lavoro.

L’artista vero è un grande sognatore, senza orari, senza limiti, è un lavoratore indefesso, instancabile, incontentabile… è un vero imprenditore, imprenditore di sé stesso, ovviamente. Egli immagina e poi trova il modo di costruire, sempre!

L’arte ti prende l’anima, ti lega i sensi e diventa una missione, una scommessa, diventa una parte di te talmente tanto profonda, un elemento di cui sei talmente tanto intriso che a volte non capisci più dov’è il confine tra vita e lavoro, chi sei tu e chi è l’artista. E poi, beh, quanto è difficile trovare un equilibrio tra quest’ anelito di una sognata perfezione e la realtà che ci circonda, che ormai è fatta di numeri, schemi e oggetti fatti in serie.

Vivere così, in effetti, è da shock bipolare, onestamente è dura e, diciamocelo, gli artisti non sono svampiti perché hanno la testa tra le nuvole…la realtà è che vivono con i piedi ben radicati per terra, ma contemporaneamente su due mondi diversi. 

E tu, immerso in questa alternante instabilità, forte in te stesso e nella tua fragilità, costruisci pezzo dopo pezzo, fallimento dopo fallimento, successo dopo successo: identità, sapere, conoscenza, relazioni.

Che ruolo, che pilastro del nostro essere umani è l’espressione artistica in tutte le sue forme! Chi ha la sensibilità di cogliere quali sono le priorità di una società evoluta, non farà fatica a comprendere il valore insostituibile dell’arte e degli artisti. Diciamocelo chiaramente, superflue e sacrificabili sono ben altre cose e non certo queste.

Perché l’Arte in tutte le sue forme parla di noi con leggerezza o con durezza, essa ci mostra quei sentimenti che muovono il nostro vivere quotidiano.

Come puoi conoscerti senza guardarti mai allo specchio?

Eh, si! Perché a ben ascoltare, a ben vedere, siamo noi nelle commedie di Shakespeare, noi nei volti del Caravaggio, noi nelle donne e negli uomini delle Opere di Monteverdi, di Vivaldi, di Rossini, di Verdi, di Puccini… siamo noi nelle sculture del Canova o nei drammi di Pirandello.

L’artista ha da immemore tempo questo compito di parlare dell’uomo all’uomo usando sé stesso e la propria vita! L’arte ha un valore sociale inestimabile, altro che aria fritta e sì, ci guadagno pure perché, diciamocelo, mica è facile campà con sta responsabilità.

Ma la musica, la musica, già lo diceva Platone, ha un potere enorme, la musica salva! La musica ci salva tutti!

E in questo periodo così particolare dell’umanità, in cui ciò che ci sembrava solo una svista sta diventando un reale pericolo di sopravvivenza, urge raccontare alle persone, quelle curiose, quelle che non si accontentano di restare in superficie, che cosa accade dietro le quinte, chi siamo! In modo da offrire a chi non lo immagina il reale peso delle nostre fatiche quotidiane.

È nostro compito raccontare quanto valga il nostro lavoro, non per convincere chi ha i danari (che in Italia sono sempre fatalmente pochi per le cose belle), ma per attirare alla bellezza la gente comune, il popolo, che, in forza di quantità, è il più nobile dei committenti.

Basta mendicare attenzione! E’ nostro compito lottare per far comprendere il valore che ha il lavoro dell’artista, è nostro dovere non far morire, per semplice dimenticanza, quanto di meraviglioso l’uomo ha saputo creare e infine è nostro diritto essere riconosciuti come perno fondante della civiltà umana.

Non ci crederete, ma è questo è quello che ho pensato con ancora nella mente quell’odioso suonoda tacchino spennacchiato che avevo sentito uscire dalla bocca davvero non troppo accorta del tizio incontrato poco prima.

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Ecco, dopo questo trip allo specchio che è durato un baleno, mi sono messa al pc e ho iniziato a scrivere.

Eddai, basta vincere il primo timore reverenziale e cercare un ponte di comunicazione… infondo la musica definita comunemente classica ci riguarda tutti, è custode di un sentire che va usato come si utilizzano i racconti dei nonni, per cercare sé stessi e le proprie radici, per far emergere significati su cui riflettere, e trovare nuovi modi con cui divertirsi ed esplorare orizzonti diversi dal solito giro di chitarra.

E poi, visto che con la mia vita un po’ pazza tengo banco alle cene con gli amici, perché non creare una tavolata più grande per chi si vuole accomodare accanto al fuoco?

Dietro le quinte della vita di ogni artista c’è sempre qualche avventura incredibile, dolorosa e meravigliosa, eroica a volte.

Ebbene, io scendo in piazza con la umile arma della sola mia vita a testimonianza di quanto una vita, qualunque sia, è in essa stessa un’opera d’arte, se vissuta con libertà e pienezza.

E giuro solennemente che tutto quello che leggerete è accaduto realmente, come quella volta che, prima di un concerto, rimasi chiusa nella sagrestia di una chiesa la cui porta aveva la serratura fuori ma la chiave era dentro! O quella volta in cui fui costretta a fare il concerto scalza sul pavimento gelido perché un tacco si incastrò implacabilmente dentro la grata che precedeva l’ingresso della sala, o come quella volta che come se ci fosse un rito, ho assaporato la vastità e l’immensità della Natura cantando in mezzo agli alberi di un bosco, con il pubblico che ascoltava incantato tutt’intorno! O quella volta che ho cantato in una grotta, o sospesa tra le navate di San Marco a Venezia, o tra i mosaici di Ravenna, o nel cimitero con i fantasmi a far dispetti, o in una stalla con gli asini e le capre durante una tempesta… e poi come nasce uno spettacolo e cosa accade prima che il pubblico arrivi?

C’è da ridere, commuoversi e restare affascinati perché dietro le quinte, la vita di un artista è fatta di una somma di casini, viaggi, disavventure, colpi di culo, tristezze momentanee e poi ci sono quegli attimi eterni di gioia pura che valgono tutto.  

Alla prossima!

One thought on “1. Lavoro duro e aria fritta… quello che il pubblico non deve sapere”

  1. Alessandra, più che un “com…. mento” è una “con…. verità” ! Ho ascoltato con attenzione tutto quello che hai recitato e seguendoTi con la lettura del tuo dire mi sono sorpreso per le attente e precise parole che hai esposto a chi Ti ascolterà. E’ stato come ascoltare-leggere la Tua biografia, le Tue esperienze, i Tuoi studi, il Tuo divenire artistico, la Tua completa preparazione artistica e non solo. Le mie parole non sono per adularTi, sono veramente consapevole della Tua bravura ed aggiungere altre parole mi farebbe fuorviare nel monotono ed a rischio di “mentire”. Sono certo che raggiungerai i Tuoi obiettivi-desideri ed il mio augurio è di essere sempre Sopra…. il podio dei vincitori.

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