Ma, vi siete mai chiesti quale sia la prospettiva dell’artista, del cantante, insomma del vostro soprano free lance preferito???

Ma semplice, no? 

Voi vedete tende rosse, il palco e la scena.

Invece, il mio panorama, mio, cioè quello degli artisti e, quindi mio, la vostra soprano free lance preferita è composto dai vostri volti: ora attenti, ora sbadiglianti e ultimamente illuminati dallo schermo del telefono. 

Ma, dico non li potete spegnere questi cellulari a teatro?? 

Ah, il teatro, quando si canta in un teatro avviene una magia speciale, tutto è predisposto per far sembrare vero ciò che non è! Possiamo andare nell’antico Egitto tra le piramidi e le dune di sabbia, o nella Roma imperiale tra le legioni, i Cesari e Cleopatra, o nel futuro prossimo tra cattivoni, maschere, melma verde e microchip. 

Preferisci ascoltare il podcast? Eccolo qui, letto da me:

Nel teatro, quello lirico, il musico Orfeo rivive ad ogni serata, tra i palchi e le quinte si parla cantando e si sogna ad occhi aperti. 

Alessandra Borin una vita in villa

Riuscire ad esibirsi nei luoghi storici, però, ha un fascino ancora più complesso, perché diventa quasi una rievocazione in cui spazio e tempo si sospendono in una bolla di magia. 

Dopo un primo momento di sconcerto ti accorgi che sei dentro una dimensione parallela, altro che cinema 3D, altro che videogiochi interattivi, da certe situazioni non puoi scappare: “dove sono le quinte… ma dov’è la porta di uscita??? Aiuto”! 

Ecco, dopo un primo momento di sconcerto, considerando con attenzione che la via di fuga non esiste – nella fattispecie – fai un respirone e va alla ventura! E reciti a tutto tondo e spesso dimenticandoti chi sei. 

Il tempo della musica diviene tempo della vita, i battiti del cuore si confondono con il ritmo del brano ed è come se, in quella parte di mondo, il passato vivesse di nuovo a distanza di secoli. 

Per tutto il 2008 e un pezzettino del 2009 ho avuto questa meravigliosa, schizzo-frenica, bipolare opportunità: vivere appieno un teatro senza paracadute, in mezzo al pubblico, avendo una maschera e pur essendo senza maschera, in uno spettacolo pirandellianamente meta-teatrale, e, il tutto, grazie al genetliaco del grande Andrea Palladio!!! 

Li porta bene i suoi 500 anni, nevvero?

Statua Andrea Palladio

Abitare gli spazi da lui progettati, ideati, vagare tra le prospettive rinascimentali, tra i giardini e gli affreschi, abbigliata con gli abiti dell’epoca fu un vero spasso, intervallato anche da grandi momenti di riflessione e piena comprensione di quanto studiato nei testi di storia.

Eh, sì, studiare serve eccome, ma vivere, fare esperienza è tutta un’altra ricchezza. 

Trascorsi intere giornate in villa a fare il mestiere che oggi è mio e, che lo era anche allora: il musico di corte e ciò che ne ebbi in cambio fu non solo vil danaro.

Pssss Borin ma che vile e vile, li sordi servono specialmente in questo periodo!!! 

Eh già, cara, calmati dai… 

Dicevo quello del musico è un mestiere antico, come quello del cuoco o dell’architetto, del diplomatico, del ladro. Ovviamente cambiano le modalità, ma ci sono delle cose che restano invariate nel tempo. Per esempio: viaggiare! 

I musici viaggiavano, come viaggiamo noi oggi, in calesse però e non in auto ovviamente.

Si spostavano di villa in villa, tra principati, regni, signorie, corti. 

I loro servigi erano acquistati a peso d’oro a seconda della fama raggiunta, anche una volta, infatti, c’erano le stars

Oggi il musico attende sempre la chiamata, bussa sempre alla porta di qualcuno. 

La differenza è che non è più il signore a darti lavoro, piuttosto lo fa un assessore alla cultura ma rigorosamente senza borsa, sapevatelo, perché, in questo paese i soldi per la cultura sono sempre pochi.

Ma può darti lavoro anche il direttore artistico con la sua borsa che è sempre piena (chissà come mai…) 

La principale a differenza rispetto al passato però sta nel prestigio che l’incaricante riceve in cambio per chiamare te, artista, o un altro. 

Ormai, con lo stipendio fisso, a chi volete che importi più della gloria e del bello? 

C’è più un Gaio Cilnio Mecenate? Giulio II, un Lorenzo il Magnifico? Un Medici (forse ce ne sono troppi)? Un Federico di Prussia, una Peggy Guggenhaim?  Eh, ve lo dico io, no, no e no! C’è Tizio Caio, Dario il terribile, soprattutto, sì, gente insensibile, o meglio sensibile, si, alle raccomandazioni! 

Poi devo dire che se ne salva qualcuno, ma qualcuno solo, eh? 

Ma torniamo al 2008, al compleanno del Palladio, perché è stato in quell’anno che ho vissuto la vita vera del musico di corte, ritrovandomi come d’incanto in un libro di storia della musica. 

Alessandra Borin soprano

L’obiettivo degli organizzatori, infatti, era di animare gli spazi della a villa con i personaggi che vi dimoravano ai tempi del palladio: camerieri, musici, dame, cortigiani, tutti rigorosamente in abito d’epoca, così che il visitatore potesse avere una really experience, un quadro realistico del tempo. 

Io, come musico, dovevo cantare perché il musico di corte allietava la vita del signore, modello radio umana, poi, era anche un motivo di sfoggio di potere avere un musico di corte!

Oh, tu, ambasciatore di Ferrara senti che bravi cantati che ho io! 

Oh, ma io ho le dame principalissime e il concerto segreto.

Ehi io sono Isabella d’Este ho Marchetto Cara, mentre quella stro*** di mia sorella si è presa Tromboncino per suo marito Ludovico il Moro! 

Altre che Porsche e haute-couture e cocaina: la cultura era uno status symbol, che bei tempi!

Provando e cantando nelle stanze designate all’arte dei suoni, svolsi per ore la vera vita di un musico di corte, per ore cantando tra gli affreschi della casa (nella fattispecie di Fasolo, di Andrea Padovano o di Paolo Veronese), vivendo la vita dal retro assieme alla servitù perché questo era il musico, un artigiano al servizio del padrone. 

affreschi villa palladiana

Immediatamente si creò in quel gioco di ruoli un noi e un loro, a volte pacifico a volte scontroso. 

Quante volte il pubblico passando in visita per le sale continuava a chiaccherare distratto mentre io eseguivo bellissimi pezzi d’epoca considerandomi niente più che una comparsa? Ecco quello era un esempio di un noi e loro scontroso.

Oh, ma che te costa stare zitto e ascoltare? Ma pensi che se parli non ti sento? Che non mi confondi le note???

No che non mi confondi, perché io sono il super-soprano free lance e non ho problemi neppure quando suona la campana alla pria nota del concerto, ma comunque rompi le palle agli altri! 

E, così, traslando il pubblico con il signore e il suo seguito, passai ore a cantare accompagnata dal dolce suono del liuto. 

soprano con liuto

Trascorsi molto tempo seduta sui canapè stretta tra bustini stretti e accaldata dal caldo dato dalle tre, otto, dieci, quindici gonne ad attendere il loro arrivo, quello del pubblico, vagai per le sale vuote, soffrendo la solitudine anche. 

A volte in cerca di qualcuno con cui parlare, ridere, commentare gli ospiti giunti alla villa chissà da dove, tante volte mi distesi sul prato a guardare le nuvole nel silenzio senza tempo della campagna veneta, a immaginarmi antica di Cinquecento anni. 

Immersa totalmente in un panorama rinascimentale, cosa c’era ad indicare chi io fossi? Mille e mille volte passeggiando a Villa Barbaro- Maser accanto al ninfeo vidi la mia immagine riflessa, quanti volti s’era specchiati in quelle acque in cerca di risposte? Quanti angoli avevano visto lagrime, amori segreti, pensieri profondi, preghiere sincere. 

In quell’anno 2008 partecipai anche alle cene palladiane, in veste di musico sempre di corte, e il ricordo più magico è proprio legato ad una di queste fantastiche serate.

All’interno delle ville erano state approntante delle cene esclusive con menù d’epoca messe appunto da cuochi e storici della cucina, mica pizza e fighi! Niente zucchero per i dolci, solo miele e canditi; niente carote gialle, non esistevano nel Cinquecento, i cibi preparati con fuochi e metano e roba moderna, tutto preparato com’era uso nel Cinquecento, anche le modalità di cottura erano nel rispetto della tradizione con fuochi vivi e pentole di foggia antica.

E, così, provai anche questo cantare con la fame per questi signori mascherati da signori, mentre loro mangiavano, mentre a loro era permesso gustare cibi raffinati che io non potevo assaggiare, come un vero musico di corte. 

E, quasi subito, mentre stavo cantando, un inopportuno e quanto mai sciocco odio di classe emerse in me tra una frottola e una villotta alla padovana.

Un noi e un loro talmente forte e vivido che a volte mi confondeva, mi confondeva vagare per le sale buie e silenziose quando l’ultimo ospite era andato via e restava la servitù, quando la festa era terminata, e le fiaccole erano state tutte spente, quando il brusio si era acquietato e solo la luce della luna filtrava dalle finestre e tutto era pronto per tornare a casa. 

Una sera vagando tra i corridoi silenti, ero immersa in un denso silenzio, ricordo che riuscivo a percepire solamente il ritmo dei miei passi e il fruscio della lunga gonna sul pavimento.

Ad un tratto, però, udii delle flebili risate, guidata dal suono che via via si faceva sempre più forte, scesi le scale verso i piani più bassi. Cinta nello stretto bustino con i morsi della fame che gorgogliavano nel mio ventre, avanzando quasi senza sapere dove stessi andando, ero guidata da un piccolo bagliore che luccicava in fondo al lungo corridoio.

Giunta finalmente nelle cucine, mi si prospettò dinnanzi un’immagine che non so dire tutt’oggi se fosse vera o un sogno, se una porta del tempo si fosse aperta proprio in quell’istante.  

Nelle cucine, alcuni uomini e donne in abiti sontuosamente rinascimentali prendevano in giro gli ospiti della serata. 

I volti, i sorrisi bianchi erano illuminati dal lume di poche e consunte candele, le pieghe, che le pesanti stoffe dei vestiti creavano, mostravano sfumature, ombre, linee marcate come quelle che sempre si vedono nei dipinti di una volta,

Quei colori alterati dalla semioscurità e i volti rossastri così cupi, i chiaroscuri accentuati, sembrava di vivere dentro una tela del Caravaggio.

Il mio ingresso fece scendere un silenzio improvviso, e iniziarono a parlare gli occhi, i sorrisi appena accennati. Gli intrecci degli sguardi divennero chiari messaggi d’invito, mi accostai a loro pur non conoscendoli, alle pignatte ancora calde in cui era rimasta una gran quantità di cibo prelibata.

Senza alcuna posata iniziammo a mangiare, avevamo tutti fame, davvero. Ci sentivamo affratellati in quella piccola irreale marachella, lì, nelle cucine, a mangiare cibo destinato ai signori, avvolti da quegli abiti sontuosi, dai copricapi piumati, dai vezzi di perle al collo. In quella sala non v’era nulla che ricordasse quale fosse l’epoca della nostra vita, quella vera, che poi cosa sia vero e cosa non lo è? Eravamo in una dimensione di scatole cinesi e così in quegli istanti sospesi, tutti assieme comprendemmo l’incanto, la magia di quegli istanti senza tempo in cui non eravamo altro che uomini e donne affamati.

Poteva essere tutto e niente, un sogno, un salto nel tempo, una realtà parallela.

L’emozione divenne fortissima e poi si mescolò improvvisamente, alla paura, al timore di non poter più tornare indietro e così, lentamente iniziammo a rompere quel reverente silenzio in cui il gusto di sapori del passato ci aveva riempito la bocca e l’anima. 

Quella sera tornai a casa frastornata e felice, nei miei jeans blu che profumavano di modernità.

Quella fu una delle tante sere, dei tanti momenti che mi hanno dato le emozioni più belle che una cantante, un soprano free lance possa mai immaginare di provare.

Eh, sì, di quell’anno del signore 2008 serbo in me meravigliosi ricordi, non riuscirei davvero a raccontarveli tutti senza annoiarvi.

Di certo è anche grazie al Palladio che la mia vita di soprano free lance ha iniziato a prendere forma e anche lui ringrazio, assieme a tutti quei personaggi che con le loro esistenze e la loro arte continuano ad ispirarci ancora oggi!

Eh, sì, che dire ancora?

Insomma, Palladio resta una garanzia anche dopo 500 anni, e a me m’ha sempre portato fortuna e in realtà, a dire il vero, continua ancora a farlo! Come? 

E’ grazie a Palladio che ho trovato l’amore, ma questa è un’altra storia. 

Alla prossima!

PS ringrazio di cuore il bravissimo attore e regista Pino Costalunga per avermi coinvolta nei suoi spettacoli di commedia dell’Arte con la sua compagnia teatrale Glossa Teatro, compagnia che ebbe la commessa per i festeggiamenti Palladiani nelle Ville venete nel 2008.

PS: alla 49esima puntata inizio a dare i numeri… Isabella d’Este era la mecenate di Marchetto Cara, non Beatrice. Leggendo e recitando ho avuto una svista. L’anima di Beatrice d’Este ha preso il sopravvento dopo secoli nei confronti della talentuosa sorella maggiore?

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